Che cosa ci insegna l’immensa tragedia del crollo del ponte Morandi?

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14 agosto 2018. 11.36 Terrore, paura, impotenza, ingiustizia. Queste sono state le prime sensazioni che ho provato nel vedere le immagini alla televisione del crollo del ponte Morandi nella mia Genova. Una tragedia ingiustificabile per le vittime , una sconfitta per tutto il Paese, un disagio emotivo e psicologico per chi vive questa città.

La fine di un epoca, l’inizio di una nuova era.

Da quel maledetto giorno non faccio altro che pensare che su quel ponte ci poteva essere ognuno di noi: chi per lavoro, chi per diletto, chi per un’urgenza… chi vive a Genova ha percorso infinite volte quella lunga lingua di asfalto per trasferirsi da est a ovest e viceversa o per bypassare il traffico cittadino.

Che cosa voglio imparare e devo ricordare di questo dramma? Dobbiamo ricostruire la coscienza civica di ognuno di noi. É da troppo tempo che ascolto le persone parlare alla terza persona: lo Stato, il Governo, la crisi, ecc. Assumersi delle responsabilità non è un reato, anzi. Lo diventa se abbiamo dato precedentemente priorità a valori (o presunti tali) meno importanti.

É nel quotidiano che abbiamo la necessità di cambiare: assuefatti dal “tutto e subito”, ammaliati dalle chimere del “mostro così dimostro”, perdiamo il contatto con il reale e attendiamo che sia il prossimo a dover risolvere i problemi.

Come popolo abbiamo una storia millenaria, abbiamo costruito parte della civiltà mondiale, l’Italia è la Nazione più bella del mondo. Ci stiamo dimenticando quali sono state le capacità e le competenze che ci hanno permesso di costruire un brand come il “Made in Italy” così apprezzato in ogni angolo della terra. Siamo un popolo di santi, poeti e naviganti. Apprendiamo le tecniche dalle altre culture e le implementiamo con le nostre capacità di crea “design”.

Succede così anche in odontoiatria. Quando i nostri clinici presentano nei congressi internazionali i manufatti eseguiti, riscontrano costantemente un enorme successo.

Purtroppo questa filosofia non è condivisa dalla stragrande maggioranza dei dentisti che, nella routine quotidiana, si accontentano. Bisogna avere la forza di cambiare paradigma, di pensare ad essere “i migliori”. Essere migliore significa mettersi in discussione quotidianamente, comprendere i propri limiti, le lacune e avere la voglia di perfezionarsi. Un odontoiatra “migliore” vuole il bene dei pazienti, vuole avere cura della loro salute e propone sempre la soluzione che clinicamente ritiene più corretta. É consapevole dei suoi limiti e si forma costantemente. Conosce le dinamiche dello studio e pianifica strategie e obiettivi per renderlo efficiente. Si informa, chiede, domanda e sceglie i partner con cui collaborare. Non asseconda o scimiotta le dinamiche dei competitor che ragionano solo in termini di volumi e budget. E quando commette un errore o si imbatte in un fallimento, si assume la responsabilità dell’accaduto, analizza i protocolli e ricontrolla le procedure cercando di non ripetere gli stessi sbagli.

Negli incontri che faccio quotidianamente non vedo questa umiltà. Noto una presunzione di superiorità ignorante che nasconde una scarsa conoscenza del proprio mestiere.

Purtroppo cedono gli strali anche in bocca! Fanno meno danno e rumore ma il concetto è il medesimo. Se vuoi fare l’odontoiatra e lo vuoi fare nel migliore dei modi non subire gli eventi, cavalcali. Cura ogni tuo paziente come se fosse tuo figlio. Ama la tua professione e affina le tecniche nelle quali sei specializzato. Non si può essere tuttologi: le branche o gli argomenti che non conosci delegale a chi ha più esperienza e competenza di te. Scegli di lavorare con i collaboratori e le assistenti che vorrebbero tutti. Fai sentire il paziente parte del progetto e non vittima.

I ponti autostradali (e quelli dentali) non cadono a caso. Esiste una causa e, sfortunatamente, è sempre figlia di scelte sbagliate o sottovalutate.

NON DEVE MAI PIÙ ACCADERE!

Fabrizio Panciera

 

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